“La vendetta del longobardo” di Marco Salvador

5 febbraio 2010 di cmascetti

Mentre attraversavamo il fiume Oise, stormi di corvi erano calati gracchiando sulle rive. Osservandoli, i barcaioli avevano sentenziato: “il vento cambia”. Così era stato. Durante la notte il soffio gelido dell’Orsa aveva cacciato l’alito umido del Serpente mutando il gocciolo della neve dai tetti e dai rami in lunghi ghiaccioli aguzzi. Al mattino , la fanghiglia era indurita; cedeva appena, cricchiando sotto i piedi.

Anno 751 d.C.

Evaldo ha solo 14 anni quando, seguendo la scorta del re franco Childerico capeggiata da suo padre, cade in un agguato teso da Pipino, maggiordomo di palazzo. Questo evento stravolgerà non solo la storia dei Franchi ma anche la sua vita. Suo padre viene barbaramente assassinato e il re Childerico imprigionato. Il giovane Evaldo è costretto a fuggire insieme alla madre che, di origine longobarda, lo porterà fra la sua gente in Italia. Dopo alterne vicende giungerà finalmente a Lucca presso il duca Desiderio. Qui troverà una nuova famiglia e inizierà una nuova vita che si legherà indissolubilmente alle vicende del popolo longobardo. Attraverso Evaldo avremo modo di ripercorre gli ultimi turbolenti anni del dominio longobardo, contraddistinti dal regno di Desiderio, dall’ascesa di Carlo Magno e dell’alleanza tra questi e il papato di Roma.

Saggi consigliati: “Storia dei Longobardi” di Jorg Jarnut

Un grazie a Bonefra, autore dell’articolo

“Il sogno dello scriba” di Graciela Montes e Ema Wolf

1 febbraio 2010 di cmascetti

Il giorno in cui le strade del pisano e del veneziano si incrociarono fu segnato dalla sorte. Vi furono innumerevoli segni premonitori e uno di essi si presentò sotto forma di una bella merda, senza dubbio umana, nella quale il pisano, arrampicatosi sul tetto del Palazzo del Mare grazie alla propria audacia e alla negligenza dei guardiani, affondò generosamente la scarpa.

1298, Genova. Rustichello da Pisa, escrivain du Roi, come ama definirsi, è da 14 anni prigioniero dei genovesi dopo la battaglia della Meloria; lui, un tempo amanuense di corte, è avvilito nel suo lavoro di scriba per gli uffici contabili e giudiziari del Porto. Da 14 anni aspetta e spera la libertà, il riscatto, gli sta stretta la condizione di prigioniero. Marco Polo, invece, è indifferente, totalmente apatico nella sua analoga condizione di detenuto: un uomo che nella vita si è spinto più lontano di chiunque altro, non è turbato più di tanto dalla prigionia. E racconta, senza particolare trasporto, senza enfasi, ma come cronaca, il suo viaggio straordinario. Rustichello da Pisa intravvede nel racconto la possibilità di un suo riscatto, se non altro intellettuale: poter far vedere al mondo chi è e quanto è bravo a scrivere, a narrare. Chi leggerà questo romanzo si scordi di trovarvi stralci de Il Milione, o belle descrizioni dei viaggi di Marco Polo: perché tutto è mediato da Rustichello, ogni episodio è appena accennato e solo in quanto ha suscitato qualche riflessione nello scriba.

Saggi consigliati: “Le repubbliche marinare” di Arsenio Frugoni

Un grazie a Marina, autore dell’articolo

“Vendetta al palazzo di giada” di Dale Furutani

26 gennaio 2010 di cmascetti

Giappone, ottavo anno dell’era Keicho ( 1603)

“Che cosa dovrei tagliare?” Il samurai ubriaco si reggeva in piedi a malapena. Dondolava come se la pedana sotto di lui fosse il ponte di una nave anzichè il pavimento di una casa da tè lungo la strada. Sfoderò la sua katana, la spada lunga, e la brandì come la bacchetta di un negromante, descrivendo nell’aria cerchi vaghi, in attesa della divina ispirazione.

Inizi del ‘600. In un Giappone uscito dalla guerra che ha visto opporsi le fazioni fedeli ai clan Toyotomi e Ishida e le forze fedeli a Tokugawa Ieyasu, nuovo signore incontrastato del Giappone, si svolgono le vicende del libro che vedono come protagonista Matsuyama Kaze. Kaze  è un samurai che, pur avendo perso tutto durante la guerra civile,  non dimentica la  missione che si è dato: ritrovare la figlia rapita dei propri signori e liberarla. Per farlo Kaze dovrà percorrere la strada Tokaido che collega Edo, la nuova capitale di Tokugawa, a Kyoto, l’antica capitale imperiale. Durante il viaggio l’incontro con il mercante Hishigawa, la cui scorta viene massacrata da un gruppo di banditi. Rimasti gli unici sopravvissuti, Kaze accetta di condurre il mercante alla propria dimora, il Palazzo di Giada. Il libro durerà il tempo di questo tragitto, con i ricordi del passato di Kaze e del Giappone prima che diventasse dominio di Tokugawa. Ma Kaze scoprirà anche che Hishigawa e il Palazzo di Giada nascondono misteri e un passato che reclama vendetta.

Saggi consigliati: “Storia dei samurai e del bujutsu” di Roberto Granati

“La porta sulle tenebre” di Massimo Pietroselli

22 gennaio 2010 di cmascetti

6 febbraio 1875, sabato

La Corsa dei Moccoletti chiudeva il Carnevale romano. La sera del Martedì Grasso, per le strade e i vicoli zeppi di gente, ognuno, reggendo una candela o un lumino, cercava di spegnere quelli altrui con un soffio, un ventaglio, un mantice, persino uno sputo, in un groviglio di corpi e urla, di scarti acrobatici e gomitate.

Roma, 1875. Roma è da pochi anni parte dell’Italia unita, ma la sospirata unità d’Italia sembra aver unito il peggio della vecchia corruzione papalina con il peggio della burocrazia sabauda. Scandali bancari ed edilizi, misteri sempre più fitti via via che si ascende tra le più alte cariche istituzionali minacciano la giovane nazione. E Roma, da poco capitale del nuovo Regno d’Italia, è ancora una cittadina buia, sporca, violenta, piena di sacche di miseria e di arretratezza. In questo affresco soffocante e greve, tre misteriosi e feroci delitti la scuotono: l’editore Raffaele Sonzogno, proprietario del giornale “La Capitale” viene massacrato a coltellate. Sei mesi dopo, la Confraternita della Morte Desolata rinviene nel Tevere un ragazzo ucciso e marchiato. Contemporaneamente sparisce il giornalista Guido Tremolaterra. C’è molto da fare per l’ispettore di Pubblica Sicurezza Corrado Archibugi, giovane funzionario piemontese per cui il cupo mondo romano è davvero una “terra di frontiera”; e per il suo collega Onorato Quadraccia, ex sbirro papalino, cinico e violento, ma con una sua vulnerata sensibilità tutta da scoprire.